Tessile stroncato dai «falsi»
 del 25 gennaio 2012

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Il tessile e abbigliamento di Treviso registra nel terzo trimestre 2011 un segno meno davanti alla crescita delle esportazioni (-6,8% tendenziale) ed evidenzia un forte ritardo rispetto ai livelli pre-crisi (la variazione percentuale gennaio-settembre 2011 rispetto a gennaio-settembre 2008 è pari a -38,2%).
La composizione del distretto è eterogenea. Si passa dalle più note realtà (come i colossi Benetton e Stefanel), alla galassia di artigiani terzisti e subfornitori che vi gravita attorno; circa le grandi imprese leader che hanno internazionalizzato la produzione prima nei paesi dell'Est Europa e poi in Asia, il Servizio studi e ricerche di Intesa Sanpaolo evidenzia come le importazioni crescenti dalla Cina, a differenza di quanto avveniva nel caso della Romania, non attivino flussi di export da Treviso, con una riduzione del mercato per l'indotto. Ci sono poi le aziende attive nella tintoria e finissaggio di tessuti, i confezionisti, i produttori di accessori. Diverse anche le eccellenze legate alle committenze delle grandi griffe: fra le altre, Altana di Padernello di Paese (59,5 milioni di fatturato 2010 dai 56,5 del 2009 e i 58,8 del 2008) è diventata leader nella gestione di marchi in licenza per il target (medio-alto) bimbo, mentre Pier di Casale sul Sile realizza capi di abbigliamento per donna.
«Il tessile abbigliamento trevigiano è costituito in larga parte da Pmi con difficoltà di accesso al credito e poche possibilità di crearsi ex novo opportunità commerciali sui mercato esteri», spiega Roberto Bottoli, presidente del Gruppo Sistema Moda di Unindustria Treviso, alla guida di Lane Bottoli di Vittorio Veneto (40 addetti e un fatturato di 5 milioni per una quota export del 60%). E precisa: «La ripresina assaggiata nei primi due trimestri del 2011, da settembre si è tramutata in una brusca frenata. Anche il mio lanificio, dopo un 2009 e un 2010 stabili, ha registrato una crescita di fatturato, ma se sino a settembre questa si attestava intorno a un +30%, è poi scesa a +10%». Per ridare fiato alle piccole in difficoltà basterebbe, secondo Bottoli, difendere il made in Italy «attraverso il recupero anche solo del 10% in termini di quota sul totale dei prodotti contraffatti». Occorrono per questo un serio confronto a livello europeo e il coraggio di scegliere, una volta per tutte, cosa è "made in" e cosa no: «Ci stiamo provando – spiega – a livello di Sistema Moda Veneto. Non ritengo che gli italiani abbiano l'esclusiva del prodotto di alta gamma, ma non sostengo nemmeno che il made in Italy non esiste più. Se l'estero ci riconosce una marcia in più è insensato non preservare il made in Italy e questo può essere fatto solo mantenendo una parte dello zoccolo duro in Italia».
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