Smi apripista per le Pmi della moda in Brasile
di Giulia Crivelli del 26 gennaio 2012

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Un Paese dalle grandissime potenzialità per le imprese italiane e in particolare per quelle del sistema moda, tessile incluso. Dazi, difficoltà logistiche e culturali permettendo. Gianfranco Di Natale, direttore generale di Sistema moda Italia (Smi), l'associazione più rappresentativa della filiera del tessile-moda, è appena tornato dalla missione organizzata nel Paese sudamericano in concomitanza con la San Paolo Fashion Week, che si è svolta dal 18 al 21 gennaio.
Di Natale conferma i dati di cui tutti parlano: consumi sono in forte crescita, trainati da una trasformazione della società dovuta all'emergere di una classe media e medio-alta con sempre maggiori disponibilità economiche e soprattutto con una grande fame di made in Italy (nella foto, la top model brasiliana Gisele Bundchen, testimonial, tra gli altri, di Versace, fotografata durante il carnevale di Rio).
«I dazi sono sicuramente il problema maggiore – spiega il direttore generale di Smi –. Le ragioni di questo protezionismo esasperato sono sostanzialmente due. La prima è legata alla Cina, da cui arriva il 60% dei prodotti del tessile-abbigliamento consumati in Brasile. È una percentuale altissima e le autorità non vogliono che salga ancora. La seconda ragione è che si intende difendere l'industria tessile locale, che esporta pochissimo e si rivolge quindi, per vivere, al mercato interno».
Nel 2010 l'export di tessile-moda made in Italy ha vissuto una crescita del 31,3%, favorita per i tre quarti dal comparto tessile sul quale gravano dazi all'importazione relativamente più bassi (tra il 10 e il 15%), mentre i dazi sui prodotti di abbigliamento equivalgono mediamente al 35%, creando una vera e propria barriera di ingresso.
Negli ultimi mesi si sono intensificate le aperture di negozi dei grandi nomi della moda italiana, che hanno i mezzi per sopportare l'aggravio dei costi dovuto ai dazi. Ma per le Pmi – e nel tessile-abbigliamento sono numerose come in ogni altro comparto del sistema industriale italiano – è diverso. «È a loro che pensiamo, come abbiamo già fatto per il mercato cinese, quando nell'aprile 2011 abbiamo aperto un desk in collaborazione con l'Ice (Istituto per il commercio estero, ndr), prima che fosse cancellato. È importante che le imprese abbiamo un punto di riferimento per risolvere piccole e grandi difficoltà burocratiche o di qualsiasi altro genere – sottolinea Di Natale –. A San Paolo ci siamo appoggiati proprio a quello che fino a poco tempo fa era l'ufficio Ice e che ora è diventato l'ufficio commerciale del consolato italiano, che desidero ringraziare ancora una volta per la collaborazione».
Quanto al problema dei dazi, che il Governo non sembra aver alcuna intenzione di abbassare, Di Natale e Smi hanno pensato a due soluzioni: stringere sinergie e vere e proprie partnership con la distribuzione locale e avviare la produzione su suolo brasiliano di linee destinate solo alla vendita in loco. «Qualcuno userà la parola delocalizzazione, ma sarebbe sbagliato: quello a cui pensiamo sono linee di abbigliamento o accessori mirate solo ed esclusivamente al mercato brasiliano – precisa Di Natale –. Vorrei che una cosa fosse chiara a tutti: come Smi abbiamo cominciato a monitorare il Brasile nel 2008, confermo sicuramente che è uno dei mercati del futuro, ma aggiungo che bisogna avere strategie di medio-lungo termine e che di facile, in questo enorme Paese, non esiste nulla».
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