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In dogana effetto distorsione Le importazioni italiane di calzature e tessile dall'Olanda crescono a doppia cifra. Frutto di una rinascita del settore manifatturiero nel Paese di provenienza? Al contrario. Risultato di una distorsione del mercato che ha varie origini, ma che è soprattutto la diretta conseguenza di regole eterogenee nei porti europei. Succede così che i Paesi Bassi – che da anni hanno perso la produzione manifatturiera sviluppando invece servizi e logistica – diventino per l'Italia il quarto Paese di provenienza (si veda la tabella) di scarpe dall'estero, pur non avendo industria calzaturiera. Come è possibile, dunque, che calzature provenienti da Paesi extra-Ue (soprattutto dalla Cina) e dirette in Italia, invece di transitare dai confini nazionali sdoganino nei porti di Amsterdam o di Rotterdam? Per capirlo basta riportare la presentazione che uno studio legale olandese di commercialisti e fiscalisti, Russo Van der Waal, offre sul proprio sito: «All'arrivo in Olanda, le merci possono essere poste in un deposito doganale, per cui non occorre pagare i dazi doganali. I dazi devono essere concorsi solo se e quando le merci lasciano il deposito. Tutto questo comporta un importante vantaggio in termini di cash flow. In più, in Olanda c'è la possibilità di non versare l'aliquota Iva al momento dell'importazione, ma solamente di includere e detrarre subito l'importo nella dichiarazione periodica dell'Iva». Un vantaggio fiscale che, da solo, non giustifica il fenomeno. Strutture logistiche di ampio respiro ed efficienti procedure automatizzate hanno infatti reso il Paese uno snodo importante di distribuzione per l'Europa. A ciò si aggiunga il dato relativo ai sequestri di merci contraffatte. Guardando all'Europa in generale, si scopre infatti che nel 2010 l'Italia ha sequestrato (al netto di sigarette e medicine) 14,3 milioni di pezzi, su un totale europeo di 57,2 milioni. «Nella sostanza – spiega Giuseppe Peleggi, direttore dell'agenzia delle Dogane –, noi abbiamo un quarto dei sequestri di merce contraffatta che arriva dalla Cina, mentre le nostre importazioni da quel Paese pesano solo per l'8-9% sul totale delle importazioni comunitarie». Un lavoro serrato, quello dei controlli, che nasce dall'esigenza – molto italiana – di tutelare il "made in", ma che incrementa gli ingressi nei porti o nelle dogane meno sensibili al tema. Altro elemento da considerare è l'attenzione dei doganieri al valore reale del bene in transito. «La sottofatturazione – aggiunge Peleggi – è una realtà che si evidenzia nei numeri. Se in Italia il valore medio delle calzature è 10,7 euro al chilo, nella Repubblica Ceca è di soli 1,61 euro. Se nel 2003 l'Italia era il primo Paese europeo a importare dalla Cina, adesso conta 79mila tonnellate di importazione, contro le 91 della Repubblica Ceca». Le conseguenze di ciò si misurano sulle imprese. «Se la merce entra nel Paese a un prezzo più basso – spiega Michele Tronconi, presidente di Sistema Moda Italia –, si crea un illecito vantaggio per l'esportatore cinese e per l'importatore disonesto, a tutto svantaggio di chi compete sul mercato rispettando le regole. Le nostre Dogane sono certamente più attente al valore reale delle merci e questo sposta altrove una parte del traffico. Formalismi eccessivi, però, rischiano di creare ulteriori problemi alle imprese, già in una situazione di emergenza». Diversa la posizione dell'Associazione nazionale calzaturifici italiani. «È vero – spiega Cleto Sagripanti, presidente Anci – che in Italia siamo bravi a produrre una serie di norme e restrizioni che danneggiano le imprese, ma il vero problema è che, nonostante tutto, anche nel nostro Paese continua a entrare merce contraffatta e dannosa alla salute. E non è un problema legislativo, le leggi ci sono. È necessario aumentare ancora i controlli. Le nostre dogane, infatti, sono più attente a tutelare i marchi del made in Italy e meno il "made in" nel suo complesso». Fanno discutere anche le novità sulle norme sanzionatorie (si legga l'articolo a fianco), considerate inique ed eccessive dagli operatori. «La nuova norma – spiega Peleggi – punta a colpire chi abusa dell'errore sul valore e sulla sottofatturazione, non chi sbaglia una sola volta». In sostanza, tra una dogana e l'altra cambiano i dazi, i tempi e le modalità di controllo, le sanzioni in caso di irregolarità. Insomma, manca un disegno comune europeo, un sistema armonizzato che non generi distorsioni del mercato. Un obiettivo auspicabile, ma non facile da raggiungere, in presenza di interessi e sensibilità diverse in ogni Paese membro dell'Unione, dove c'è chi si batte per difendere il "made in" e richiede controlli severi alle dogane e chi, invece, puntando su servizi e logistica, ha solo l'interesse a incrementare il traffico. © RIPRODUZIONE RISERVATA |
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