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«L'Italia mi fa sentire un couturier» «Ho vestito la poltrona, praticamente le ho messo un piumino Moncler che si può sfilare con la zip», scherza Alfredo Häberli, con l'accento argentino che macchia gentilmente il suo italiano. Usa una metafora perfetta per descrivere la sua Take a soft line for a walk, una seduta realizzata per Moroso e che sarà presentata al prossimo Salone del mobile. Häberli è uno dei più importanti designer sudamericani, anche se da tempo fa base in Svizzera, noto per il tocco irriverente mai fine a se stesso, sempre al servizio di soluzioni pratiche. Di lui dicono che abbia un po' del guizzo di Achille Castiglioni e molta dell'ironia di Bruno Munari. Take a line è una serie di poltrone che compie dieci anni e cambia aspetto grazie a un rivestimento di piume sintetiche. Ispirata alle linee «a passeggio» di Paul Klee. Aveva già disegnato la Take a line per i 50 anni della Moroso... Sì, era una chaise longue dalle grandi orecchie che ebbe grande successo internazionale: fu esposta nei musei e adottata dai grandi aeroporti. Ora che l'azienda compie 60 anni quest'oggetto evolve e diventa molto morbido grazie all'imbottitura». Come è nata l'idea di far fare un salto a un prodotto icona? Sono partito da una mia personale esigenza. Ultimamente viaggiavo molto, ero stanco, preso da mille impegni, e mi sono disegnato una poltrona su misura, sicuro di intercettare un bisogno comune. Così Take a line è diventata soft. Una poltrona come una mamma che abbraccia, coccola, accoglie. Le grandi orecchie assorbono oltre il 20% del rumore ambientale. Su questa poltrona si può fare tutto, anche dormire. Si può vestire e spogliare in base alle stagioni. Mi spaventa l'idea di un futuro statico. È curioso: una poltrona contro la staticità? La sedentarietà della vita aumenta, passiamo troppe ore davanti a un computer, i salotti diventano cabine di regia con tanti device, la nostra massa muscolare si riduce e lo scheletro ne soffre. Mi piace pensare di aver fatto una poltrona attiva e non passiva, dentro cui ci si può muovere. Dobbiamo imparare a stare di più in piedi. Paradossalmente è una seduta che combatte l'idea di sedentarietà. E perché gambe in metallo? Non sono solo gambe, sono anche dei poggiapiedi, un sostituto del classico pouf da salotto dove nessuno poggia mai le scarpe per non sporcarlo. La struttura tubolare in acciaio invita a essere meno formali senza remore. Come si trova a lavorare con le aziende italiane? Ho collaborato, tra le tante, con Edra, Driade, Zanotta, Cappellini. Quest'anno sarò al Salone con una cucina per Schiffini, dei vasi per Secondome, un'altra poltrona imbottita per Alias. È sempre speciale lavorare con gli italiani, è tutto conviviale. Vi trovo grande rispetto per il lavoro creativo del designer e coinvolgimento nel lavoro di squadra. Si progetta continuamente, soprattutto a pranzo o davanti ai numerosi caffè. Gli italiani si innamorano dell'anima dei progetti. Quando vado a valutare personalmente i prototipi, come ho fatto in questi giorni da Moroso, sono attorniato da maestranze e assistenti che appuntano spilli e fanno modifiche, come fossi un grande couturier. È molto diverso progettare una poltrona o un paio di scarpe? No, cambia lo studio dell'ergonomia, ma l'obiettivo è il medesimo. Ad esempio per Camper ho creato un paio di polacchini da uomo senza lacci. Ho spostato l'elastico, solitamente laterale, mettendolo davanti, perché ho pensato che spesso le scarpe alte fanno male sul collo del piede. Ho provato a fare una cosa diversa dall'esistente, spero più utile, come faccio con il resto. Da dove parte per la progettazione? Dai materiali, dall'idea, dall'utilizzo? Dipende dall'oggetto. Se faccio dei bicchieri per Iittala, parto dalla forma a cui intendo arrivare. Se è una sedia per Alias, parto dall'impiego di una nuova tecnologia, come ho fatto per il progetto che presento al Salone. Se faccio una chaise longue come questa per Moroso, comincio da una mia esigenza personale di ricerca. Mai però una ricerca formale: c'è sempre molto di più. © RIPRODUZIONE RISERVATA |
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