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Oro: più innovazione contro Cina e India AREZZO «Non pretendiamo che le cose cambino se continuiamo a farle nello stesso modo». Ivana Ciabatti, battagliera presidente della sezione orafi di Confindustria Arezzo, prende in prestito una frase di Albert Einstein per spiegare che l'industria dell'oro, oggi più che mai, ha bisogno di profonde trasformazioni. Non solo per tamponare le difficoltà congiunturali che sta vivendo il settore (nel 2011 la produzione del distretto orafo aretino è scesa del 14%, il fatturato ha segnato -4,6% e l'export -3,4% a 1,48 miliardi, che rappresenta ancora la fetta maggiore delle esportazioni italiane, con un peso del 29,3%), ma anche per fronteggiare i cambiamenti che stanno interessando i mercati di produzione e di vendita. «Se India e Cina sono oggi i produttori leader di oreficeria, e hanno eroso quote di mercato all'Italia, il rimedio - dice Ciabatti - non può che essere uno: dobbiamo reinventarci. Basta lamenti, rimbocchiamoci le maniche». Il monito vale tanto più per Arezzo, un distretto (1.250 aziende e quasi 9mila addetti) ancora legato alle produzioni a scarso valore aggiunto, concentrate più sul catename che sulla gioielleria che va a braccetto con la moda. «Siamo ancora la capitale mondiale della tecnologia - spiega Ciabatti - ma saper produrre oggi non basta più, bisogna anche sapere vendere e qualificare i nostri prodotti. Per questo dobbiamo puntare su qualità e produzioni di nicchia, sviluppando sì creatività e design, ma senza dimenticare il brand, che è in grado di far lavorare molti artigiani. Purtroppo oggi ad Arezzo le aziende che fanno questo sono ancora poche». Ma non è troppo tardi per cambiare, è il messaggio che arriva dal distretto aretino che ieri ha aperto la 33esima edizione della sua tradizionale fiera Oro Arezzo (fino a martedì nei nuovi spazi del polo espositivo-congressuale), con 485 aziende che presentano le collezioni di oreficeria e, nel nuovo padiglione Bi-Jewel, quelle di bijoux e accessori di tendenza. E proprio al cambiamento "culturale" - con lo spostamento dai valori quantitativi a quelli immateriali come il segno, la creatività, il marchio - sta lavorando l'imprenditore-architetto Giovanni Raspini, che per conto degli industriali sta mettendo in piedi, con l'Università di Siena e la Camera di commercio di Arezzo, un master di secondo livello in storia, design e marketing del gioiello, destinato a partire a fine anno-inizio 2013. «Se vogliamo cambiare le imprese - spiega Raspini, titolare dell'omonima azienda di argenteria (10 milioni di ricavi 2011) che da tempo si è incamminata sulla strada dell'innovazione di prodotto, aprendo anche tre monomarca in Italia e uno a Monaco - dobbiamo inserire figure preparate sul fronte culturale, progettuale e su quello della comunicazione e vendita. In una parola, bisogna passare da processi di tipo quantitativo a processi di tipo emotivo, visto che questo settore vende emozioni: e l'unico modo per farlo è costruire maggior valore aggiunto». Partendo da un dato che ormai è già acquisito: il design è l'elemento più importante per l'acquisto di prodotti in oro, come ha confermato un'indagine realizzata da Arezzo Fiere e congressi interpellando 570 compratori internazionali di oreficeria. Ora il distretto toscano deve completare il cammino di trasformazione, se non vuole soccombere alla concorrenza. © RIPRODUZIONE RISERVATA |
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