L'ingrediente multinazionali
di Fabiano Schivardi del 31 marzo 2012

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Nella visione dominante le multinazionali sono importanti fattori di sviluppo economico perché apportano conoscenza, tecnologia e pratiche manageriali evolute. Per queste ragioni averle attorno è un fattore di contaminazione rilevante e quindi un driver di sviluppo economico, in aggiunta al contributo diretto degli investimenti che realizzano nel paese che le ospita. Vi è un altro fattore, ignorato ma in alcune realtà ancora più importante, che qualifica le multinazionali come eccezionali fattori di discontinuità nel processo di sviluppo economico: sono portatrici di cultura di mercato.
Questo fa si che esse contribuiscano a rompere i legami collusivi tra politici e imprese locali, rapporti clientelari, ricorso alla corruzione come arma per avanzare nel business di cui è intrisa la nostra economia. L'episodio di Chieti che ha coinvolto l'Ikea e un politico locale è un esempio di una concezione del rapporto tra politica e mondo del business che pervade il nostro paese, tarda a tramontare e costituisce uno degli impedimenti più seri alla modernizzazione della nostra economia. Esso aiuta a provare l'importanza della presenza delle multinazionali. Ikea apre un nuovo punto vendita a Chieti e lancia una campagna di assunzioni. Riceve oltre 30mila domande, sintomo anche delle poche opportunità di lavoro nella fase corrente. Si fa avanti un assessore regionale per intermediare tra chi cerca lavoro (e può ricambiarlo con un voto) e Ikea, sperando di far breccia sull'azienda, come probabilmente gli succede di solito in casi simili. Ma Ikea risponde picche. Nelle parole del suo amministratore per l'Italia: «Il processo di selezione è da sempre impostato sulla base di criteri professionali attinenti alla competenza, alla motivazione e all'esperienza di chi si propone. Siamo certi che questo nostro atteggiamento, improntato alla valorizzazione del merito e a correttezza deontologica, sia ampiamente apprezzato sia dai nostri collaboratori che dai nostri clienti».
Non è da tutti opporsi a un politico che può azionare leve di potere e minacciare ritorsioni. Ma non è coraggio. Nel caso di Ikea si può capire il perché: è una multinazionale che opera su numerosi mercati. Il coinvolgimento di una delle sue aziende in uno scandalo di corruzione o anche solo di collusione comporterebbe una perdita di reputazione con ripercussioni di rilievo su altri mercati dove la clientela è sensibile all'onestà dell'impresa. Vi è evidenza che aziende corrotte hanno maggiore difficoltà a finanziarsi sul mercato, attraggono meno clienti, meno lavoratori e di peggior qualità. Perché perdere tempo a fare domanda a Ikea se si sa che la selezione viene fatta dall'assessore sulla base delle sue personali conoscenze? Una politica di reclutamento basata sulle segnalazioni e non sul merito alla lunga riempie l'impresa di zavorra e ne segna il destino. Aziende come Ikea preferiscono rinunciare agli allettanti favori della politica e alle rendite che ne possono derivare nell'immediato per avere libertà di azione e di scelta. Così facendo mantengono la loro efficienza produttiva, non snaturano il loro modello di business e si assicurano uno sviluppo di lungo periodo, anche a costo di aprire un punto vendita o di produzione in meno. È la concorrenza a cui sono soggette che glielo impone. Per questo le multinazionali possono essere portatrici di un cambiamento culturale. È per questo che la politica si attiva all'unanimità quando si tratta di difendere la ”Italianità” delle imprese: difendendo questa difende l'orto su cui pascola.
Anche le nostre imprese che competono sui mercati internazionali sono consapevoli del fatto che bisogna uscire da questa logica di scambio. Fronteggiano ogni giorno sfide competitive difficili e non possono certo permettersi di mettersi piombo nelle ali. Ne è un chiaro esempio la decisione di Marchionne di resistere alle sirene della politica nazionale e di perseguire un modello in cui Fiat può stare in piedi senza l'aiuto pubblico. Come Ikea, Marchionne ha rifiutato la logica dello scambio che riguardò la sua stessa azienda nel passato – aiuti pubblici come contropartita di decisioni aziendali accomodanti alle istanze della politica. Quando l'allora ministro Sacconi lasciò capire che il mantenimento di Termini Imerese sarebbe stato ripagato con il rinnovo per una altro anno degli incentivi alla rottamazione la sua risposta fu negativa. La logica di Marchionne - “strana” in un mondo abituato a pensare che a caval donato non si guarda in bocca - è che un impianto deve stare in piedi perché è produttivo, e non perché riceve periodici aiuti pubblici. Accettarli avrebbe comportato la rinuncia a perseguire il progetto di un'azienda che per stare su mercato deve imparare a reggersi solo sulle proprie gambe: come per Ikea glielo impone la concorrenza a cui Fiat è soggetta. Marchionne ha ribadito il concetto anche in occasione dell'ultimo incontro con Monti. E sbaglia chi sostiene che la Fiat dovrebbe chiedere qualcosa al Governo, magari in cambio di posizioni più conciliatorie sulle questioni sindacali. Non è questa la politica industriale di cui abbiamo bisogno.
Fortunatamente, non è neanche quella che ci possiamo permettere. Ma c'è ne una, poco costosa e molto benefica che dovremmo praticare: facilitare al massimo l'ingresso dell'investimento estero. La visita di Mario Monti in oriente e i primi successi che ne sono seguiti dopo tanta assenza dei precedenti governi è un passo importante in questa direzione. Oltre a portare investimenti e a creare occupazione, le imprese a controllo estero possono contribuire alla diffusione della cultura del merito e a rompere il legame malsano fra politici e imprese. L'interessamento dei giapponesi di Hitachi per Ansaldo Breda, impresa che sotto il controllo di Finmeccanica ha prodotto un miliardo di perdite negli ultimi sei anni, è un importante banco di prova. Sarà interessante vedere se l'operazione si concretizzerà o se, sommersi da proclami di difesa dell'italianità e venti sindacali, i giapponesi preferiranno tornarsene a casa a mani vuote ma pulite.
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I NUMERI

18,6%
Gli investimenti dall'estero
Secondo l'Ice, in Italia l'incidenza degli investimenti dall'estero sul Pil non va oltre il 18,6%, inferiore alla media mondiale (30,7%), a quella dell'Europa (46,5%)

48°
L'Italia nella clasiffica dell'attrattività Il Global Competitiveness Report del World Economic Forum del 2009 posiziona l'Italia al 48° posto in termini di attrattività