«La previdenza tiene solo se c'è occupazione»
di Federica Micardi del 13 aprile 2012

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«La crisi dell'editoria continua ed è esploso il ricorso agli ammortizzatori sociali». Andrea Camporese, rieletto ieri all'unanimità presidente dell'Inpgi, l'istituto di previdenza e assistenza dei giornalisti, è consapevole che il momento è difficile e che è necessario fare qualcosa.
Cosa fa l'Inpgi per gestire la crisi?
Il nostro ente riconosce a chi assume uno sgravio del 60% sui contributi previdenziali per tre anni. Per il datore di lavoro ciò comporta una riduzione dell'11% del costo del lavoro. Si tratta di una scelta coraggiosa, unica nel panorama italiano, che abbiamo fatto nel 2011 per favorire le assunzioni dei giovani. Fino ad ora ne hanno beneficiato in 130. Di contro si sono persi 1.300 posti di lavoro; in diversi casi si tratta di posizioni ad alto reddito, quindi elementi preziosi in termini contributivi.
L'istituto riuscirà a rispettare le richieste del ministero di una sostenibilità del bilancio a 50 anni, o dovrete passare al contributivo?
Sì, potendo utilizzare il rendimento del patrimonio rispettiamo i nuovi vincoli chiesti dalla riforma. È però necessario un incontro tra i presidenti di tutte le Casse private con il ministro del Lavoro per chiarire alcuni aspetti tecnici e per definire meglio i parametri. Serve, insomma, un'interpretazione dettagliata della norma. In merito al sistema di calcolo dell'assegno il nostro si avvicina al sistema contributivo, ma ha un aspetto solidaristico che la riforma non prevede. L'assegno, infatti si calcola in base al reddito percepito nell'intera vita lavorativa, inoltre chi ha redditi alti con i propri contributi partecipa anche al fondo per gli ammortizzatori e al sostegno delle pensioni più basse.
Quanto pesa sui conti il vostro ruolo di «ammortizzatore sociale»?
Pesa, ma crediamo in misure anticicliche come dimostra lo sgravio sui contributo, deliberato nel 2011. Non sono preoccupato per la tenuta del nostro bilancio, lo sono per la tenuta del mercato del lavoro. Noi stiamo facendo la nostra parte sostenendo i contratti di solidarietà e la cassa integrazione; gli editori dovrebbero impegnarsi nel fare progetti editoriali. Non vogliamo essere la "casella di transito" per l'uscita dei colleghi dal mondo del lavoro.
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