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«Più risorse alle autorità portuali» GENOVA Un no secco alla spending review per i porti e critiche al provvedimento sull'autonomia finanziaria introdotta dal decreto sviluppo, che viene percepita come «un'elemosina». Poi un documento programmatico in cui si sottolinea che gli scali italiani «sono chiamati a passare da una dimensione urbana a una macro-regionale» per confrontarsi con maggiore efficacia «con l'associazione dei Comuni e con tutti i playmaker della programmazione logistica». Esprimendo questi concetti, Luigi Merlo, alla guida dell'Autorità portuale di Genova, ha assunto ieri (eletto all'unanimità dall'assemblea) la carica di presidente di Assoporti, la compagine che raggruppa i principali scali italiani. La sua designazione arriva dopo una spaccatura, soprattutto politica, all'interno dell'associazione, che aveva visto contrapposti - di fatto - i porti con presidenti vicini al centrosinistra, che sostenevano Merlo da quelli guidati da uomini vicini al centrodestra, che davano sostegno a Pasqualino Monti, presidente della port Authority di Civitavecchia. Le cesura, però, è stata sanata con un espediente salomonico accettato da tutti già prima del giorno dell'assemblea. Da un lato si è deciso di cambiare lo statuto, contenendo in due anni il mandato da presidente di Assoporti. Per quanto riguarda la designazione si è stabilito, invece, che Merlo sarà presidente un anno, con Monti vicepresidente vicario, e che, l'anno successivo, le parti si invertiranno. Nel corso dell'assemblea Merlo ha sottolineato che la spending review e la recente sentenza del Tar del Lazio che equipara i dipendenti delle Autorità portuali a quelli pubblici, vanificano gli elementi positivi introdotti da altri provvedimenti del governo. «Se non cambia la spending review - ha detto - non escludiamo nulla, perché prima di morire lotteremo. Siamo aperti al confronto ma non siamo disponibili a essere un capro espiatorio». E sul provvedimento per l'autonomia finanziaria ha aggiunto: «Valutiamo positivamente il principio anche se, visto che come porti produciamo 13 miliardi di Iva, il riconoscimento di 70 milioni di autonomia è un'elemosina e noi non accettiamo mance. Tanto più se il Governo pensa di dare 400 milioni per l'autotrasporto». Merlo ha poi lanciato la proposta di una Cernobbio dell'economia del mare (accolta da Marina Monassi, presidente del porto di Trieste, che ha candidato la città giuliana ad ospitare l'evento). Quindi ha presentato il documento programmatico, condiviso con Pasqualino Monti, nel quale si propone che sia affidata ai porti italiani la cabina di regia della logistica complessiva e si sottolinea, tra l'altro, la necessità, per il finanziamento delle opere portuali, di «approfondire e codificare l'utilizzo di nuovi strumenti come i project bond e un maggior accesso alle risorse private». Il viceministro delle Infrastrutture, Mario Ciaccia, presente all'assemblea, sottolineando che il governo non ha intenzione di accorpare le Autorità portuali esistenti, ha detto che occorre «riscoprire il ruolo dei porti» perché possano «essere partecipi dello sviluppo e della crescita in una visione di sistema». Polemica, invece, tra il presidente di Venezia, Paolo Costa, e il leader di Confitarma, Paolo d'Amico. Quest'ultimo ha sottolineato che gli armatori, pur favorevoli all'autonomia finanziaria dei porti, ritengono «occorra un coordinamento complessivo del sistema portuale italiano e sono contrari all'istituzione di un tariffario. Riteniamo giusto che ci sia un controllo del ministero». Confitarma, ha risposto Costa, «deve decidere: o, come dice, apprezza l'autonomia dei porti, che per liberare risorse competitive non può essere solo quella cosiddetta finanziaria di trattenere l'1% dell'Iva, o, al contrario, teme la competizione tra i porti, pretendendo di controllare da Roma». © RIPRODUZIONE RISERVATA |
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